Pensiero che devo mettere da qualche parte: l’Accademia – almeno quella che ho conosciuto io – si è dimenticata del potere politico della poesia. Dicono: “L’arte oggi deve essere politica”. Io credo che l’arte sia per sua natura implicitamente politica: è il suo valore poetico che la rende politica. Questo imperativo politico è intriso di moralismo borghese e punta il dito all’interlocutore sbagliato. Avrei potuto sfruttare il mio essere donna, la mia neuro-divergenza, nella mia pratica artistica, ma questo – oltre a non definirmi, e tantomeno leggitimarmi, in quanto artista – avrebbe ristretto il mio campo d’azione. Non me ne frega un cazzo di cosa “funziona”! Viva la poesia e viva l’abbandono del becero informazionismo! Non voglio comunicare messaggi, non ne ho le competenze. Voglio amare e poi cambiare.
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Mi lascio sedurre dagli scritti di Amy Sillman, seduta al tavolino di un bar in Piazza Madonna dei Monti. A un certo punto esco dal mio corpo, mi guardo da fuori e penso: “Mamma mia, che immagine caricaturale di una donzella medio-borghese con la gonna svolazzante, armata di libro e occhiali da sole”. Mi prendo in giro, sorrido, alzo gli occhi al cielo e proseguo senza pensare troppo al Giudizio. Un vecchietto d’altri tempi, dallo sguardo inconsapevolmente viscido, mi chiede l’accendino; glielo porgo. Di nuovo alzo gli occhi al cielo e proseguo, senza pensare troppo al male gaze.
Durante la lettura mi accorgo di non avere con me la mia amica matita, così affido qualche pensiero alle note disordinate del telefono, che ora — seduta alla scrivania di casa — tengo accanto al computer.
Leggo la prima frase: “la mia pittura è bella?”
Di colpo una fitta allo stomaco, simile a quella che arriva quando vuoi sostenere una tesi su un tema spinoso che ti sta a cuore e senti il peso e la responsabilità di doverlo esaurire in modo onnicomprensivo, sapendo che richiederebbe tempo, studio e attenzione. Alzo di nuovo gli occhi al cielo e penso: “Anche meno, Gaia”.
Cercherò allora di darmi una risposta il più sincera e spontanea possibile. Ecco: sincera e spontanea. Forse è già questa, la risposta. La mia pittura è bella? La mia pittura è sincera e spontanea – o almeno aspira a esserlo – e spesso sincerità e spontaneità fanno rima con bellezza. Forse la sto prendendo alla larga, perché è evidentemente una domanda che mi mette in difficoltà. Voglio dire: la ricerca del Bello ha alle spalle una genealogia storica così imperante ed eticamente discutibile da spaventarmi. Sospetto però che questo timore sia parente stretto del pensiero che mi sacralizza la tela, e non ho intenzione di assecondarlo.
Anzitutto, per me la pittura è ricerca, e la ricerca presuppone un’incognita, un non-sapere da scoprire o da provocare, come si provoca un amante timido. Se dunque dovessi pensare al bello — a ciò che è bello nella mia pittura — è l’immagine della timidezza a cominciare ad allettarmi. Sillman, del resto, parla di awkwardness più che di bellezza, e devo dire che questa prospettiva non mi dispiace affatto.
Lancio un’occhiata agli appunti sul telefono e leggo “choliambic”, annotato a proposito di certi versi di Ovidio che Sillman racconta di aver letto. Il pensiero corre a Ipponatte, inventore del coliambo, e al ricordo vago di questa variante del trimetro giambico studiata tra il libri di letteratura greca al liceo: il giambo zoppo. Un ricordo sbiadito che pure è rimasto. Mi era piaciuto, l’avevo trovato simpatico, vero, accuratissimo nella sua funzione satirica, goffa, canzonatoria, scomoda. Oggi mi ricorda un po’ lo swing, o meglio ancora il carattere crooked di Thelonious Monk e quella sensazione di spaesamento che produce all’ascolto: come quando stai per appoggiare il piede dove ti aspetti il pavimento, e il pavimento non c’è — oppure arriva mezzo secondo prima. La sensazione di saltare un gradino nel buio. Ecco, credo che sia qualcosa di molto vicino alla mia pittura, o quantomeno al modo in cui mi ci relaziono.
Come nei soli — nella mia esperienza, nello scat — quando l’idea viene a mancare e si rischia di precipitare nel vuoto del tappeto musicale che gli altri musicisti ti hanno costruito attorno: e qualcosa, comunque, esce fuori. Forse le cose più interessanti, forse le più imbarazzanti. Ecco: probabilmente è questo, l’imbarazzo di cui parla Sillman. Eppure faccio fatica a non chiamarlo Bello.
È strano; forse faccio fatica a definire, e basta. Non me ne stupisco. Sento però, nella mia pittura, una profonda vicinanza alla malinconia, a una bellezza intrisa di tristezza e alla paradossale felicità che ne deriva.
Così il pensiero corre al Samba della benedizione, dall’album inciso nel 1969 da Vinícius de Moraes con Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo:
“Ma se vuoi dare a un samba la bellezza
Hai bisogno di un poco di tristezza
Hai bisogno di un poco di tristezza
Se no, non è bello un samba, no”E ancora:
“Samba è la tristezza fatta danza
Tristezza che ha sempre la speranza
Tristezza che ha sempre la speranza
Di non essere triste prima o poi” -
25 agosto 2026
Eccomi qua. Di ritorno dalle vacanze estive, rientro nel WC con una voglia matta di fare. Dunque, dove eravamo rimasti?
In questi mesi ho scritto il primo e il secondo capitolo della Tesi Costretta, cadendo mio malgrado nelle maglie della scrittura accademica. Poi ho buttato giù una bozza della sezione dedicata alla serie pittorica, chiedendomi però quanto senso avesse farlo, dato che il mio intento era proprio lasciare che fosse la sezione che state leggendo a svolgere il compito. Alla fine, lontana dal sipario di Post Ex, lontana dalle mura di Roma, ho trovato la quadra: non sono mai entrata nel merito delle singole opere. Il Gatto sostiene che forse questa distanza mi è servita a scrivere; forse ha ragione, ma lo sforzo mentale è stato notevole. Insomma, parlare del mio fare stando lontana dai fatti artistici è stata un’impresa. Qualcosa, però, ne è venuto fuori.
Adesso che sono seduta sulla mia sedia tetanica, solleticata dal mio amico ventilatore, torno finalmente a scrivere liberamente.
Cosa è successo da quando sono tornata? Il Legno.
Ho recuperato il Legno, un amico con beneficio conosciuto tra la Carta e la Tela. Dire che l’avevo ignorato sarebbe una falsità: l’avevo soltanto messo in pausa. Forse avevo bisogno di tempo. Il Legno ti dice le cose in faccia e non sempre fa piacere sentirsele dire. Poi passa una settimana e torni da lui a testa bassa, perché in fondo aveva ragione: dalla vita puoi meritarti di più.
Oggi però sono qui davanti al computer perché ho bisogno di annotarmi una serie di riflessioni.
In primo luogo: cazzo, quanto mi era mancato tutto questo. Ho le mani sporche e appiccicose e qualche tasto del computer si sta macchiando di dolce irresponsabilità. Godo.
In secondo luogo: oggi il tratto del disegno ha ceduto il posto a quadrati e rettangoli lignei recuperati negli anfratti di Cueva. Erano rimasti lì, soli soletti, inutilizzati. Chissà cosa mi ha spinta a tirarli fuori — evidentemente la pausa estiva ha fatto chiarezza nella testa… o forse quello che mi ostinavo a chiamare amico con beneficio si è semplicemente rotto le palle di rimanere chiuso in un edificio in piena estate.
Comunque sia, è strano questo legno scultoreo. Scultoreo, sì. Non so come definire queste ultime sperimentazioni… pittura espansa? Boh, poco importa. Quello che ho capito, però, è che questo legno scultoreo ha preteso da me una metodicità che non mi appartiene. E non so se la cosa mi piaccia. Mi spiego: la Mano Caciarona ha dato il via, ma è stata interrotta a più riprese dalla Mano Metodica. Solo che questa volta era una mano staccata dal mio corpo. Figurarsi se io posso avere una Mano Metodica attaccata addosso: altrimenti avrei fatto il mestiere dell’Uomo, no?
Sento già gli architetti più liberi e artistici contorcersi alla lettura. Calmatevi, lo so che non siete solo metodici. Però dai, ammettetelo: una metodologia intrinseca ce l’avete, il palazzo in qualche modo dovrà pur reggersi in piedi! Eh, non sottovalutatela, questa capacità: non è mica da tutti. E non venitemi a dire che dipende soltanto dall’aver studiato Statica e Scienze delle Costruzioni, perché anche se non l’avete fatto con piacere, questo non vi ha frenati: l’interesse, mosso da forze maggiori, ce l’avete comunque avuto. Io no!
Insomma, senza perdermi troppo: questo legno assemblato mi ha fatto conoscere Chiodo e Martello, due pischelli che conosco poco e con cui non so quanto riuscirò ad andare d’accordo.
Il lato positivo è che, di sicuro, mi ha messa in gioco.
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30 agosto 2026
Come mi manca
L’aroma
Dell’olio celato
Sotto le palpebre che non sanno.
Come mi stanca
Scoprirmi alla luce di Nova
D’inverno coperta
In vero diversa
Di nuovo
Di tiepido languido fuoco
Come mi muovo
Sotto la Volta dispersa
È l’unico modo
L’unica terra che chiamo
L’unica terra che chiamo Ricerca.
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“Ho mal di testa!” Lamentava.
“È la ragione del dì di festa.” Rispondeva.
“Non sono onesta!” Insisteva.
“Se parli con le parole di una premessa.” Redarguiva.
“Voglio essere sincera!” Dichiarava.
“Senza chiedere permesso.” Esortava.
“Ma voglio esserlo passando…” Esordiva.
“Dalla porta d’ingresso.” Concludeva.
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La danza è il movimento di distanza che lega Suono alla sua Immagine.
__________________________________Rileggo questi versi seduta al Bar di Palazzo delle Esposizioni.
Tornata a Roma, mi rendo conto che, lontana dalle Tele, quando non scrivevo la Tesi Costretta e cercavo invece un po’ di conforto e calore nella Tesi Libera, la mano finiva per abbandonare la prosa. Credo che, in questo passaggio, ci sia un nesso logico, seppure inconscio.
Certo è che il verso poetico è, per sua natura, di gran lunga più impegnativo della prosa.
La mia mano ha conosciuto i versi quando ho iniziato a scrivere canzoni, senza impegno. Poi ha continuato a buttarli giù nel tentativo di avvicinarsi, attraverso la parola, a quella che è la mia pratica pittorica. La parola poetica, per me, è sempre stata in funzione di – della musica quando scrivo canzoni; della pittura quando dipingo.
Qui, più che versi autonomi, credo siano un tentativo di estendere al linguaggio verbale l’esperienza del pensiero pittorico.
Rainer Maria Rilke ne I Quaderni di Malte Laurids Brigge (1910) scrive:
“Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze.”
Ecco, lungi dal considerarmi anche solo lontanamente una poetessa, credo che l’esperienza di cui parla Rilke sia, per me, qualcosa di più vicino alla pratica pittorica.
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Caro Dentino Metamorfo,
Ti scrivo per chiederti scusa. La mamma ha sbagliato, ti ha costretto a pensieri insicuri.
Ti sei esposto in una mostra cantiere e poi sei partito con le tue gambe mandandomi egregiamente a quel paese.
Alla fine sei stato più maturo di me nonostante la tua giovinezza e hai saputo metter fine alle mie isterie. Ti ho insultato davanti a mille occhi liberi e tu sei riuscito a farti scivolare le mie insicure Parole Leziose addosso. Come sei cresciuto!
La mamma ti chiede scusa perché la paura del giudizio mi ha paralizzata. Qualcuno però, tempo fa, mi disse che in realtà chi ha paura del giudizio è il primo a giudicare – gli altri e se stesso – e ammetto di essere stata violenta, nei tuoi confronti, ma anche nei confronti degli occhi liberi.
Tua, Gaia
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Scrivo
di quadri che corrono con le proprie gambe
Le mie mani hanno camminato adesso sono stanche
Immagino
Legami, strutture portanti
Le mie mani hanno fame e vogliono andare avanti
Scavo
Presente archeologico
è successo
Rincorro
le tue parole per poterle incrociare
Gattono
sulla alghe di uno scoglio
il ricordo di un quadro metamorfo
- Mai più al di sotto di un ottavo -
Lettera motivazionale (scritta dalla Pittura) per l’Open Call “Langue Lost, Language Found/ Poetic Interventions – Part III” presso la Società delle Api
Chiudete gli occhi e immaginatevi a casa con il vostro migliore amico, una tazza di tè e nessun occhio inquisitorio addosso. Conversando del più e del meno, come spesso accade, affiorano i grandi temi della vita e vi sentite liberi di sparare minchiate che, poi, tanto minchiate non sono.
All’improvviso scompare la casa e, in un battito di ciglia, vi ritrovate davanti a un’audience. Diventate paonazzi, l’amico fidato vi guarda e vi dice “Vai! Continua a raccontare quello che stavi dicendo a me!”. E proprio in quel momento perdete ogni facoltà oratoria. Dentro vi rode il culo, perché sapete benissimo che di cose da dire ne avete a valanghe, ma niente, dalla bocca non esce un suono.
Ecco, così si sentiva Gaia di fronte al documento Word intitolato “Lettera motivazionale per Open call”. Come se fosse davanti ad un ragazzo di cui si è invaghita e che non vuole deludere. In questo caso, quel ragazzo è la Poesia, o forse la Parola in generale.
Buonasera, buonasera: sono qui per mettermi da parte e, allo stesso tempo, al centro. La lettera motivazionale la scriverò io, che di parole non ne ho (quasi) mai avute. Lo faccio perché Gaia, nel momento in cui le viene dato spazio per scrivere apertamente, non trova più le parole.
Allora, dato che questa ragazza che conosco da tempo non smette di lagnare e sentirsi inadeguata, la parola la prendo io: la Pittura. Oggi parlo con la voce di una pittura pavoneggiante e caciarona.
E ve lo dico chiaramente: prendetevela un attimo voi. Fatemi respirare. Sono anni che la sua Parola entra nel mio teatro d’azione e lei, che continua imperterrita a volere solo relazioni monogame, ferma la Parola e le sussurra “Aspetta, oggi no, fammi amoreggiare con la pittura”.
Nel frattempo, però, io – che sono una prima donna – me ne accorgo benissimo che, nella stanza accanto, si mette a flirtare con la Parola, o quanto meno fantastica su di lei.
Insomma mi pare di capire che la casa si stia affollando. Gaia, in un angolo, si fa le pippe; io cerco il linguaggio universale; la Parola si confronta con lingue e linguaggi diversi.
Ora, un ménage à trois mi sembra complicato, ma io, che da fuori sembro una mitomane, in realtà, come Jessica Rabbit, sono aperta e generosa e per questo motivo vi lascio il mio Roger Rabbit convinta che saprà divertirsi con voi quanto tempo vorrà, se voi lo vorrete.
Intanto, posso provare a raccontarvi le vicende degli ultimi anni così da darvi un quadro più ampio della situazione. Io ho parlato – e tuttora parlo – a Gaia di linguaggio plurale-universale, lei, incuriosita, lo cerca insieme a me. Tuttavia, i linguaggi pittorici che si sono incrociati tra loro, hanno incontrato spesso e volentieri il tratto della scrittura. A me, devo dire, non dispiace, perché la voce della Parola Poetica permette a me, Pittura, di essere libera e silenziosa senza che le Parole Leziose vengano a tarparmi le ali. In fondo, se ci pensate, io sono un linguaggio, non una lingua, e chi prova a interagire con me può, forse deve, sentirsi un curioso analfabeta.
Ed è anche per questo che io e Gaia siamo follemente innamorate del cinese, che rifugge l’incasellamento alfabetico e canta a squarciagola i suoi ideogrammi: parole che sono già, di per sé, immagini.
Ora, lungi dal conoscere davvero la lingua cinese, io e Gaia ci siamo concentrate sul mondo delle immagini; ma lei, che ha un rapporto inevitabilmente simbiotico con la Parola, alterna pennellate pittoriche a testi, racconti, dialoghi, versi e prose poetiche che finiscono sempre per essere legati alle immagini, siano esse pittoriche o mentali.
Quello che però ho notato, soprattutto nell’ultimo periodo, è che la scrittura ha assunto una postura diversa: ha iniziato a voler uscire dal foglio (o dallo schermo del computer) per accadere o risuonare. E io, Pittura, così affezionata al mio supporto – carta, tela o legno che sia – ho capito che dovevo fare un passo indietro. Ho compreso che l’idea del linguaggio plurale-universale doveva, per un momento, farsi da parte per aprirsi ai vestiti della musica, del teatro o alle molte lingue della Parola e lasciarle dialogare tra loro.
“Perfetto! – direte voi – quale occasione migliore di un workshop che permette alla Parola di dialogare con due lingue diverse?”.
Avere un’altra lingua in bocca, per Gaia, è strano, ma io credo che un bacio della Parola le farà bene.
Spero anche voi.Un saluto,
la Pittura
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Nell’ultimo mese la tela aveva avuto a che fare con la mano Caciarona da un lato – quella che se ne fotte altamente delle impronte involontarie e della sporcizia – e la mano Gentile dall’altro – quella che le macchie le contiene come una maestra d’asilo che lascia spazio creativo ai bambini stendendo un telo di plastica per non macchiare le mattonelle.
Mentre una tela caciarona sedimentava immagini incastonate nella materia, due tele gentili facevano fluttuare guizzi di colore sbarazzino. Mentre la mano Caciarona, sudata, scavava alla ricerca di una chimera lontana, la mano Gentile nuotava con la pelle fresca in un mare calmo e amniotico.
Tra la caciara e la gentilezza sento bussare alla porta del WC una vecchia amica: la mano Analitica. Potete immaginare le reazioni di fronte a questa apparizione. La Caciarona sbuffa in un angolo della stanza mentre la Gentile si avvicina a passo lento e democristiano all’Analitica.
Così, la mano Gentile offre al grigiore concettuale della mano Analitica un ventaglio ampio di colori trovati nella casa delle Illustrazioni. La mano Analitica, fiera e compiaciuta delle proprie parole leziose, approfitta della disponibilità della mano Gentile, la seduce e, tra una chiacchiera e l’altra, le due iniziano a fare l’amore sulla tela.
Passano giorni dall’evento copulatorio e le tracce lasciate sulla tela sono spaventose involuzioni pittoriche: un teatrino illustrato e non vissuto, un ritornello scritto e non cantato. Sicché una gentilezza analitica voltastomaco mi acceca, mi dispera.
La mano Caciarona, visibilmente incazzata, finisce il panino, getta la sigaretta, si alza e mi prende per l’orecchio. Mi percuote come Edna con ElastiGirl e inizia a spostare, ruotare e rigirare la tela. Ecco che quel moto involutivo diventa involontaria evoluzione. La mano Caciarona scaccia via la democrazia cristiana dalla tela, fa una pernacchia al falso seduttivo dell’analisi e ribalta la tela da orizzontale a verticale strizzando l’occhio alla Cina di Mao. Questa piccola rivoluzione caciarona mi sorprende ma non abbastanza da tirarmi su di morale. Così torno a casa, mi infilo sotto le coperte e mi addormento.
La mattina seguente mi affaccio al balcone e il caldo afoso di Roma mi impedisce di uscire e raggiungere il WC a Post Ex. Allora mi trascino in bagno – quello vero – e mentre mi lavo i denti mi ricordo di un sogno: ero di fronte alla tela e pensavo “questo pentagramma a testa in giù è diventato un’altalena!”. Insomma quel pentagramma vestito della chiusura di un ritornello, trasformato in un’altalena mi suggeriva qualche risposta in più sul mio rapporto con la pittura, la figurazione, l’astrazione e la musica. Ma questa forse non è altro che una gentile analisi caciarona.
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La giornata di ieri è stata all’insegna della confusione, sono stata percossa da una carica emotiva a tratti borderline, ma non sarei del tutto sincera se non riconoscessi a gran voce il peso della leggerezza che, la giornata di ieri, ha saputo portare con sé.
L’inizio di questo racconto voglio farlo coincidere con l’inizio di una salita infernale. Accompagnata da una versione sincera e amica del Gatto e la Volpe, zaino in spalla o valigia rosa in mano, abbiamo iniziato la prima di quelle che sarebbero state le innumerevoli risate della serata, di quelle che ti tolgono il respiro.
“A Caterì pijamose na pausa” ho urlato ai primi tre miseri passi della salita che ci avrebbe portato finalmente in questo strano posto chiamato Castello Masegra, a Sondrio.
“Eddaje spingi su” mi ha urlato il Gatto con una bottiglia di Coca Cola in una mano e una bottiglia di tequila nell’altra. “A ga’ mo’ se famo riconosce da sti milanesi so’ arivate le romane”.
Romanità e simpatici teatrini a parte, una volta arrivate, siamo salite al piano di sopra – dove erano esposti i miei tre quadri – e io ero ancora ignara di quello che sarebbe successo.
Sarò banale ma se lo scrivo qui è perché per me ciò che è accaduto è stato sinceramente inaspettato.
Un gradino dopo l’altro, accompagnata dai due culetti amici, arrivo in cima alle scale, alzo lo sguardo e scoppio in un pianto improvviso. E chi se lo aspettava! D’un tratto al posto dei tre quadri, vedevo tre bambini cresciuti e indipendenti. Inconsapevole della gravidanza passata mi sono sentita madre per la prima volta. Erano lì, adolescenti, con la pelle acneica, insicuri ma esibizionisti, e come ogni madre ho vissuto la loro esposizione visceralmente, ripensando alla mia di adolescenza.
Ecco, di fronte a questi tre goffi ragazzi – non più bambini ma non ancora uomini – il pensiero ha iniziato a viaggiare indietro nel tempo fino ad arrivare al giorno della prima volta sul palco. L’ansia da prestazione che ti logora dentro per giorni fino all’attimo infinitesimale in cui prendi il respiro ed emetti il primo suono di fronte al pubblico. La conosco bene quella sensazione vitale ed estemporanea. Ma in quella stanza la sensazione era diversa. Perché la voce su quei dipinti già era stata emessa. Il dialogo tra me e loro era lievitato silenziosamente e ora erano loro a parlare, a camminare con le loro gambe.
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(18 giugno 2026)
Cara Carta,
Ti ho tradita. Inutile fare giri di parole. Mi dovrai perdonare, o forse sarò io a farmi perdonare. Tela mi ha sedotta, sai com’è fatta: lei e il suo fidato telaio, impossibile non notarla.
Ti ricordi quando scherzavamo sugli uomini? Io ti dicevo che puoi capire com’è un uomo a letto da come guarda una partita di calcio: c’è quello che sbraita quando la palla tocca la rete e quello che esulta silenziosamente, contenuto in quel movimento interno di braccio che gli anglofoni chiamano fist pump (non ho trovato traduzione italiana, la Donna delle Lettere mi perdonerà). Ecco, tu sei il secondo, il silenzioso. Ammettiamolo.
Forse dovrei fermarmi. Ti stavo scrivendo una lettera per iniziare il mio percorso di redenzione e ora mi ritrovo a darti dell’uomo… povera te. O forse poveri uomini.
Dai, mi sto perdendo. Torniamo a noi. Ah, giusto: il tradimento.
Insomma, questa maledetta tela. Io ci ho provato a resistere, ma spinta da qualche arrogante fattore esterno e dalla risonanza che ha avuto in me la sua imponenza – quella della tela – mi sono lasciata soggiogare. Ma ci pensi? Io e te siamo state inseparabili dal giorno zero. Sei stata la tovaglietta giallo ocra dei ristoranti che, solleticata dalla penna dell’Uomo, faceva freddare la pasta sotto gli sguardi preoccupati della Donna. Poi sei diventata un blocchetto popolato dai nasoni butterati dell’Armando, candelabri e macchinette del caffè. Poi pagine di quaderni di scuola, righe e quadretti che tra la Gerusalemme Liberata del Tasso e una disequazione irrisolta si riempivano di stelline con le corna e cazzi adolescenziali. Sei stata uno sketchbook pandemico, teatro di una chiusura imposta, unica salvezza. Ma negli anni del liceo sei stata soprattutto un respiro estivo, quando il dizionario di greco si chiudeva e tu ti aprivi in uno blocchetto che, tra i granelli di sabbia, si animava della danza di mille penne colorate.
Poi l’Accademia. E ti ho vessata di parole masturbatorie mentre provavo a muovere i primi passi da gigante. E nascevano così le prime incisioni senza premesse: i monotipi. Sei stata carta rugosa di incisione, poi carta liscia A4 – quella da cantiere – e poi, lunghi rotoli di paesaggi verticali che lasciavano spazio alchemico all’inchiostro e all’olio: un primo manifesto di esperimenti liberi e crisi esistenziali.
Ora però, cara Carta, devi accettarlo: mi hai fatto sentire incompresa, perché mi chiamavi disegnatrice quando io, sotto sotto, un po’ mi sentivo pittrice. Nonostante questo, se sono qui a scriverti, un motivo c’è. E forse non è solo il tentativo di redimermi. Forse sei un po’ come Tata Matilda: quando avevo bisogno di te, ma non ti volevo, sei restata. Ora che ti voglio, ma non ho più bisogno di te, te ne sei andata. E sono stata io a lasciarti andare, per correre tra le braccia muscolose di Tela.
Sarò sincera: Tela mi ha presa al volo e mi ha percossa facendomi sentire sicura di me. Ha sentito quello che avevo da dire e mi ha risposto: “Ao, io non so’ d’accordo però parliamone”. Con te, alla fine, cara Carta, giocavo in casa: era difficile non andare d’accordo. Ci conosciamo da troppo tempo, i nostri litigi li abbiamo fatti, e anche se di argomenti irrisolti ne abbiamo, questi non ci fanno paura: sei un po’ una sorella tu.
Forse ora realizzo che sono qui a scriverti perché mi manchi. Lo sto facendo di nascosto, sia mai che Tela se ne accorga: quella è una prima donna. Seduta qui, sopra una sedia verde puzzolente e tetanica, difronte al computer poggiato su una mensola gentilmente montata dalla Papessa muffica, davanti a me ho il sipario che dischiude il WC di Post Ex e alle spalle cinque tele canterine ed esibizioniste non chiudono la bocca: cantano, gridano distese sul pavimento, estatiche.
Cara Carta, la tua calma certa mi manca, la tua malleabilità e il tuo bianco così onesto – e dico onesto, non puro e candido, perché sono parole che rifuggo. Il tuo bianco l’ho ricercato nella tela facendomi dare una mano dall’avorio acrilico e, devo dire, male non ha fatto, ma non abbastanza da placare l’animo irrequieto. Mi sono resa conto che a mancarmi non era solo il bianco, bensì la tua sottigliezza: fine e dura, una sottigliezza che la tela non potrà mai restituirmi, nemmeno spoglia del suo telaio.
Ti scrivo questa lettera che grida “e quindi?!”. Non le rispondo. La verità è che non lo so nemmeno io dove vanno a parare le mie parole. Lo sai come sono, certo che lo sai: tu le conosci bene, le hai conosciute per prima come parole leziose e le hai assaggiate poi come parole silenziose, dai monotipi in poi. Insomma questa relazione – tra me, te e Tela – è difficile, non trovi? Un triangolo amoroso, un classico. Ma qui tocca essere contemporanei. Mi prendo in giro, lo sai. Comunque ti dirò: qualche giorno fa ho pensato, se per me la pittura e la musica possono stare in osmosi perché non dovrebbero farlo anche la carta e la tela? Chi me lo vieta? Sento il fattore esterno arrogante – quello che mi sacralizza la tela – contorcersi mentre sbircia sul mio computer… se ne farà una ragione, suvvia! Ripeto: chi me lo vieta? Nessuno.
Così assecondo l’esigenza della carta e *flip-flop-flap*, un foglio di carta velina si posa indisturbato coprendo l’occhio della tela come una palpebra. Per ora mi sembra un buon compromesso.
Il poliamore non lo capirò mai, ma se dovessi proprio cedere, questa potrebbe essere l’occasione giusta: io, Tela e qualche volta te.
Con affetto,
Gaia
